Una sera, una notte

Veniva su dal Borgo, dove l’avevano lasciato. Per quegli ultimi metri non valeva la pena che l’accompagnassero. Sarebbe stato gentile nei suoi confronti, ma per lui, che sapeva che giro scomodo avrebbero dovuto fare per ritornare indietro, sarebbe stata una scortesia, che non si sentiva di regalar loro. Che già, di cuore, avevano fatto parecchi chilometri in più per riportarlo a casa. Aveva il borsello in spalla e ci teneva su la mano destra, più per equilibrio che per diffidenza, mentre le gambe macinavano su quella salita. Un falsopiano che durò pochi minuti. Dove la via vecchia tagliava la strada principale girò subito a destra. Era ripido anche lì, un vecchio vicolo che conduceva alla città alta, stretto e angusto. Rifiatò un secondo, tempo di ricaricare i polmoni e sgranchire le gambe. Ancora pochi metri e sarebbe arrivato. Vedeva già la porta. Una volta davanti strofinò con forza le scarpe sulle pietre della strada e diede due forti colpi con le nocche della mano, chiusa a pugno.

 

Arrivò lesta Renata ad aprire. Era pallida come un cencio e teneva in mano un piccolo lume. Fioco ma abbastanza prorompente in quella umida notte. L’abbracciò senza badare a bruciarsi. Ma non riuscì a proferire parola. Si tolse il cappotto e cercò, a tastoni, la poltrona. Una volta riposto guardò ancora la vecchia. La luce gli disegnava un chiaroscuro sul viso. Gli occhiali, vecchi per stile e usurati per l’uso, le rabbonivano quella faccia, così segnata non solo dagli anni, ma dalle circostanze.

-Ha detto che vuole vederti- disse la vecchia.

-Lasciami solo con lei- disse Mario.

Renata gli passò il lume e aprì la porta che era lì, a due passi, dopodichè la richiuse, lentamente. Già lo vedeva che si avvicinava a quel corpo sofferente, rischiarato da una pallida candela che rendeva ancora più solenne quell’agonia. Aveva serrato così piano il legno che già lo vedeva, inginocchiato, a tenere il lume in una mano e le dita nodose nell’altra. Non si fece pregare e richiuse tutto, andandosi a sedere. Si gettò sul divano. In attesa. Passarano almeno quaranta minuti dopodiché il ragazzo uscì, richiudendo la porta.

-Potete chiamare il curato, brava donna, io ho preso due giorni dal lavoro, non tornerò a Genova che mercoledì.

-Lo manderò a chiamare al più presto, già è passato ieri, e poi ci sarebbe da pensare a… – disse, ma fu subito interrotta.

-Non preoccupatevi, penserò a tutto io, ora esco a fare un giro alla marina- la redarguì infilandosi il cappotto e tuffandosi nella notte.

 

Uscì anche la vecchia diretta, pochi metri sopra, alla casa dell’amica Francesca, che avrebbe chiamato il prete. Lui aveva la preso la direzione opposta, attraversando lo stradone centrale e prendendo la discesa che conduce lì, al mare, a due passi dalle onde. Ne sentiva le narici pregne, la spuma, l’odore. Quasi guizzava dentro quell’aria pungente che gli solcava il viso. A lui che aveva nascosto le mani nelle tasche per non vedersele distrutte dal freddo, screpolate e tagliate da quelle lame invisibili. Appena giunto in spiaggia scostò alcuni sassi col piede, muovendo da destra a sinistra. Da sinistra a destra. Ne prese alcune in mano e si avvicinò al mare. Si chinò sulle ginocchia, gomito sinistro in avanti, pietra in mano e braccio destro all’indietro. Per caricare il lancio. Le pietre partivano e sparivano nelle onde, le potevi vagamente vedere saltare, se la luce del lampione giocava a tuo favore. Quando ebbe terminato ne prese una, piatta, lunga. Si levò scarpe e calze. Fece un risvolto ai calzoni che arrivassero sotto il ginocchio ed entrò in acqua. Bagnò la pietra. Poi uscì. Era gelato, e subito si rimproverò di non averlo fatto senza entrare in mare. Prese le scarpe, i calzini, e ritornò sui suoi passi. A piedi nudi. Per fortuna appena arrivato il curato non si era ancora visto. Ebbe modo di asciugarsi e aveva appena terminato quando bussarono alla porta.

Era don Giacomo. Lo riconobbe subito. Entrò e subito gli diede un abbraccio. Lo condusse in camera, rimanendo appollaiato sullo stipite. Quando ebbe officiato il suo compito uscì. Non era pratico di queste ritualità, ma chiamare nuovamente il curato gli era sembrata la cosa da fare.

Entro lui questa volta. Aveva cavato di tasca la pietra bagnata in acqua. Si avvicinò, la guardò, le prese una mano e la aprì. Posata la pietra, la richiuse. Uscì e si avvicino a Renata e al curato. Bisbigliando che quella doveva rimanere lì e che anche l’indomani, quando avrebbe organizzato tutto, lo avrebbe ribadito a chi di dovere. Salutarono Renata. Lui accompagnò il curato, lo rassicurò che l’indomani mattina sarebbe passato a trovarlo per organizzare il rito e la sepoltura. Scese verso il Borgo, e poi oltre verso la marina. Sulla passerella, deserta, diede le spalle alle montagne e si mise a guardare il fiume che percorreva il suo letto per confluire nel mare.

 

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Terra di libertà

La storia di Giuseppe, dalla cassa integrazione al lavoro sui beni confiscati

«La mattina, questo bisogna dirlo, c’è sempre da fare levatacce, questo sì, ma hai presente quando, da bambino, ti svegli presto il giorno di Natale?» Siamo solo a novembre, ma da quasi un mese, Giuseppe, che bambino non è più, si gode il suo Natale ogni giorno. A quarantadue anni, lontano dalla sua Milano, si carica di energia al solo pensiero di svegliarsi e e assistere all’ormai rituale «spettacolo mattutino», come lo definisce lui, in quel di Mesagne, provincia di Brindisi. Prima di andare a “dare una mano” nei campi. Come sia finito lui, in Salento, sui terreni confiscati alla Sacra Corona Unita e ora gestiti dalla cooperativa Terre di Puglia, rimane una piccola storia, stupenda, da raccontare. Una di quelle storie che in un attimo raccontano tanto di un Paese, intersecando mille fili insieme, tracciando un ritratto tanto realista di quello che oggi succede in Italia. Reale come quella terra coltivata, figuriamoci, poi, per uno, come Giuseppe, che «di colture di cardi e olive ha sentito parlare solo nei documentari».Fino a poco tempo fa viveva al nord, Giuseppe. Un tecnico delle comunicazioni, presso una grande azienda, rappresentante sindacale Fiom e al tempo stesso molto attivo politicamente  e nel sociale («sono termini desueti ma vorrei ricordare che sono antifascista e antirazzista» tiene a sottolineare). Lo spettro che aleggia su tanti lavoratori è alla fine arrivato. Una cassa integrazione di quattro mesi che lui e i colleghi sono stati costretti a firmare: «Era alle porte, nel nostro caso fortunatamente dopo alcune trattative l’azienda ha deciso di corrisponderci 500 euro mensili per permetterci di vivere dignitosamente, sai molti hanno il mutuo da pagare ad esempio». Giuseppe si è così trovato di fronte a una scelta e prontamente ha preso la sua decisione, ovvero mettere a disposizione quel tempo, farlo fruttare, in attesa di essere richiamato al lavoro. Dopo aver conosciuto Libera e la sua realtà si è mosso per cercare alcuni contatti che gli permettessero di andare a dare una mano, volontariamente, senza retribuzione, in una cooperativa che gestisce i beni sottratti ai mafiosi. «Non avrei accettato un lavoro d’ufficio, volevo proprio andare nei campi, ora è un mese che sono qui, vivendo della cassa integrazione e dando un mano come posso, e penso che rimarrò anche per tutto dicembre» ci racconta, felice. Che sia un’esperienza unica ce lo ribadisce spesso al telefono, qualcosa che non si aspettava e per cui deve ringraziare lui i ragazzi, «fantastici», che l’hanno accolto. Non viceversa.Impossibile dimenticare per lui, che a Mesagne ci ha festeggiato anche il compleanno, qualche giorno fa, la manutenzione e la concimazione dei vigneti. Il recupero dell’impianto a goccia per i pomodori, la raccolta delle olive. Casse pesanti, tracimanti, spostate a spalla verso il camion. E se il gesto assume un chiaro valore “politico”, non è da tutti in un momento del genere voler fare una esperienza di tale spessore simbolico, la quotidianità rinsalda la volontà di vivere questi giorni con il regalo del confronto. Della scoperta. «Hanno qui un modo loro di fare le cose, che io non conoscevo, una loro cultura, il modo in cui sentono la terra, per loro è vita» dice Giuseppe del rapporto con la gente del luogo. «Penso che ogni tanto si chiedano cosa ci faccio io lì, da volontario, a dare una mano, su quello che per loro è sacro». Si lui, proprio lui, che ora guarda il meteo per capire se il giorno dopo pioverà, quel Giuseppe che vivendo questa realtà dà segno tangibile di un responsabilità condivisa nell’essere consapevoli non solo della presenza mafiosa, ma anche dei mezzi e dei modi per riscattarsi da questa amare e dura realtà.  Magari condividendo un lavoro con ragazzi che, la sera, tornano nella casa circondariale. Colleghi di lavoro, anche loro, animati e volenterosi.Senza contare che Giuseppe di consapevolezza della presenza di mafie al Nord, ne ha da vendere: «I ragazzi di Libera ovviamente sono informati, ma io, nel mio piccolo ho portato la mia conoscenza, da sindacalista, di quanto accade al nord. Inutile che ti parli di Buccinasco e dell’Expo, ma non solo lì, anche lavoro nero e nel caporalato che nella mia Lombardia c’è in maniera massiccia». Certo andare a lavorare su un campo ha un valore tutto suo, lo senti sulla schiena la sera.  Buon lavoro, allora, Giuseppe. «Grazie, sai volevo ringraziare ancora questi ragazzi, amano questa terra, cosa che io non sentivo da tempo, le danno valore, sai questa è vita, far crescere qualcosa, beh ora l’ho sentita anche io».

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Minuetto all’arsenico

Era solo all’inizio. Il treno stava lentamente ripartendo dalla stazione di Gioia Tauro, mentre lui usciva dal bagno, serrando dietro di sé la porta. Ne aveva approfittato per tempo. Di lì a poco i bagni sarebbero stati inutilizzabili. Altra gente era salita nella città della Piana e le prospettive igieniche non erano tra le più rosee. Forse per questo aveva un sorriso compiaciuto sul viso, mentre gli ultimi raggi della sera filtravano dai finestrini coperti di grasso e polvere e gli penetravano nell’occhio sinistro. Era ancora estate, faceva caldo, e lui stava tornando a casa. Una sensazione unica. Il ritorno gli provocava un magone assurdo. Le budella contorte. Era felice, gli puzzava tutto di passato come quando dopo alcuni mesi ritrovava i genitori, dopo aver passato la vacanza in montagna. Si fece largo tra la selva di gambe nello scompartimento e si accasciò nel suo posto vicino al finestrino. Scrutava quella distesa che portava alla vicina Rosarno. La “Chiana” la chiamavano qui. Vedeva anche il Tirreno, brillare d’oro e di rame, negli ultimi scampoli di giorno. Appoggiò il mento sul palmo della sua mano, le dita a coprirgli il naso. Cinquant’anni prima anche sua madre, sua nonna, suo nonno, lo zio, le zie. Anche loro avevano fatto questo percorso. Su questo treno. Magari non lo stesso, sebbene il convoglio non fosse dei più nuovi. Ma la strada era quella. Alcuni di loro l’avevano percorsa per non tornare mai più. La mamma ad esempio. Come mai? Era molto piccola sì quando partì, ma per quale motivo non era più tornata in Calabria, rimaneva per lui un mistero. Impossibile che non avesse mai ripensato a quei luoghi, incantevoli per altro. Per lui la terra era molto, contava tanto. Non per un valore, lui non aveva molto, non possedeva nemmeno un appezzamento di terreno, qualcosa che potesse essere suo. Qualcosa su cui sdraiarsi guardando il cielo urlando ” è mioooo, e tu prova a togliermelo, manigoldo!”. Laterra non era solo questo. La terra era un respiro che ti richiama sempre, a volte con maggior insistenza. Non ti chiede di torna. Te lo ricorda solo. Lei ti aspetta sempre. Anche quel paesino pre-aspromontano che vigilava sulla Piana lo aveva sicuramente fatto. Ci sarebbe tornato con sua madre, l’avrebbe spinta lui a quel ritorno al passato. Anche la zia forse avrebbe convinto. Si ricordava ancora di quando qualche anno prima seduta al bar gli raccontò quelle storie assurde e interessanti. Quando quelli, gli Alvaro, vivevano insieme alla pecora, decenni prima di sbarcare coi soldi costruiti dalla loro violenze, nelle vie chic della Capitale. Anche loro, poveri e semplici figli di mezzadri avevano vissuto sulla loro pelle la mafia. Quella contadina che ben presto si sarebbe presa il mondo. Loro ce li avevano lì a due passi. Prese la bottiglia dell’acqua, un sorso avido per placare la sete.

-Mi scusi, gentilmente mi farebbe dare un’occhiata al giornale? gli chiese un anziano baffuto seduto davanti a lui. Prese il quotidiano e lo porse gentilmente al suo vicino. Era un uomo sulla sessantina. Due mustacchi importanti, ancora neri come la pece. Erano saliti insieme, a Reggio. Vestiva elegante, ma senza eccessi. Sembrava istruito, uno di città comunque. Non un paesanotto.

- Grazie, lei va a Torino? chiese.

-No, a Genova cambio.

-Allora come me, io mi fermo sotto la Lanterna- disse felice.

Scambiarono qualche battuta, poi fece per tirare fuori un libro e entrambi con un gesto d’intesa ci buttammo nella lettura. Non riusciva però a mettere a fuoco le lettere. Pensava a quella terra che aveva voluto vivere da solo, per qualche giorno. Ora che il treno entrava nel vibonese, il sole stava quasi per nascondersi.  E sarebbe iniziata, a breve, la lunga notte di viaggio.

Quando fu a Genova, cambio treno e prese il regionale. Si ricordò di quel libro. Raccontava di un tale, Rocco Caminiti. Veniva dalla Calabria anche lui. Con la valigia di cartone però, a cercare fortuna. Come la sua famiglia, tanti anni fa. Erano a Imperia quasi, quando pensò di morire. Improvvisamente fu sbalzato in avanti da una frenata. Andò a sbattere violentemente contro il sedile che aveva di fronte, attutendo il colpo con il braccio e avvinghiando lo zaino che aveva posato davanti a sé. Tornò indietro e si accasciò per terra. Vide allora che tutti nel treno erano giù. E smise solo allora di sentire i freni stridere e finalmente il treno si fermò. Aveva sangue sul capo, si era tagliato ma era lucido. Solo un graffio. Un’anziana dietro di lui pareva invece più malconcia. Le si avvicinò, insieme a una ragazza che le era accanto. La aiutò a rialzarsi e si sincerò delle sue condizioni, mentre la carrozza era uno sbraitare di urla e vociare. Decise di andare a controllare finché non vennero aperte le porte del treno e si riuscì a scendere. Il capotreno aveva avvisato di un problema. Diceva di aspettare i soccorsi, di radunare eventuali feriti. Aiutò alcuni a scendere, a prendere una boccata d’aria. Si avvicinò alla motrice, camminando di fianco ai binari. Che era successo? Forse una frana, una collisione con un’altro treno. Vide il capotreno correre in testa. Un macchinista imprecava. Lo seguì. Presagiva. Fu agghiacciante. Lo schizzo di sangue sulla vetrata anteriore lo indusse a vomitare. Vedeva anche dei capelli, spiaccicati sopra il vetro. Il corpo probabilmente era stato inghiottito dal treno e dalle rotaie. Cercò di respirare lentamente e riprendersi. Un gatto sgattaiolò di fianco a lui. Lo guardò inebetito, mentre i lumi del mattino addolcivano il blu del mare.

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Untitled #4

 

 

- Vieni, nini!-

Il bimbo sculettò saltellando dentro le braghette di fustagno e si avvinghiò ai pantaloni del nonno. Ne sentiva le righe, spesse, del velluto. Il nonno si inchinò e gli mise a tracolla una piccola borraccia, che tuttavia lo ingombrava in maniera imbarazzante. Ma che con fierezza il bimbo teneva sul petto, gonfiandolo tronfio per sostenere il piccolo macigno che gli era stato concesso. Mise la manina in quella più grande. Lo vedeva, imbrunito dal sole, con le braccia magre, gli avambracci esili, e quelle mani, così grosse, e vissute. Il nonno lo strinse a sè, quel tanto che non gli facesse male ma riuscisse a permettergli il controllo di quel monello. Tutto frenesia e movimento. Nella mano sinistra il fiasco di vetro. Si avvicinarono alla salitella che conduceva alla sorgente.  Il nonno dava il passo tra quei ciotoli sminuzzati e quell’erba anarchica che affiora senza criterio mentre la strada si arrampicava fino alla fonte. Il bimbo si era improvvisamente chetato. Divideva i suoi attimi tra il nonno, che scrutava dal basso con un misto di curiosità e sincera ammirazione, e la borraccia che cercava di sostenere al meglio impiegando la mano libera, a mo’ di sostegno.

Ci fu però un momento, uno solo, in cui si fece distrarre. Era lì, che svolazzava. Lui l’aveva sentita chiamare “la farfalla foglia”. Da suo cugino. Un torello di quattro anni più grande. A breve sarebbe arrivato anche lui al paese. E avrebbero di nuovo tentato di acchiapparla quella furfante. Cosa non facile. Va da sè che la farfalla foglia avesse quel nome in seguito alle sue, provate, capacità di nascondersi tra il fogliame, forte delle sue ali verdi. Un mimetismo innato, impressionante e affascinante. Fece come per tirare la mano al nonno e indicò laggiù dove ormai la farfalla non era più. Bonariamente ripreso dal nonno, nella favella dei suoi avi, riprese la sua marcia. A fermarlo, anzi a fermarli, fu quella volta un qualcosa che si vedeva appena nella luce diafana del giorno. Il vecchio comprese subito. Si domandò, solo, cosa ci facessero lì i Carabinieri a quell’ora. Notò che un capannello di persone era già alla fonte . Qualunque cosa fosse in ballo, non poteva certo portarsi dietro il bimbo, anche fosse per sola curiosità. Fortunatamente vide Lucrezia che scendeva di corsa, e gli veniva incontro. Era la nipote di Lenciu e Mariuccia, aveva già 16 anni e come ogni estate veniva al paese, insieme ai genitori, da anni trasferitisi a Torino. Una ragazza a posto, l’aveva sempre vista così. Molto studiosa, al punto che ogni tanto, quando parlava italiano, Anselmo faceva fatica a starle dietro. Bontà sua la ragazza, forte di un sorriso ammiccante e di una intelligenza spiccata, scivolava sempre sul dialetto e veniva incontro al vecchio.

-Vada pure, lo prendo io Stefano- disse buttandosi subito sul piccolo, senza aver ancora ricevuto risposta. Lo strinse subito e il bimbo le diede un bacino sulla guancia, mentre Anselmo saliva gli ultimi metri per arrivare sulla spiazzo che si apriva davanti alla sorgente. Non aveva chiesto lumi a Lucrezia, il suo sguardo un po’ offuscato, non gli aveva comunque suggerito nulla di buono.

Davanti alla sorgente i Carabinieri cercavano di trarre dal laghetto che si formava davanti alla fonte un giovane, gonfio e violaceo. Era caduto in acqua di notte, forse battendo il capo. E ne era annegato. L’appuntato finito il recupero si sedette su un tronco tagliato. Anselmo gli si avvicino e dopo avergli dato una mano gli porse una sigaretta e fece per accendergliela. Tirò un’avida boccata. Era giovane, era forestiero, si chiamava Rocco. Quando parlava si sentiva, veniva dal Meridione. Anselmo lo conosceva bene. da un paio d’anni s’era trasferito in zona. Si trovava bene, ogni tanto, quando non era in servizio, parlavamo di montagne, di allevamento. Veniva dall’Aspromonte e in quello scorcio di Alpi non si sentiva completamente estraneo. Anzi, alla fine, dopo mesi anche i montanari dalla scorza più dura ne avevano apprezzato la persona. Perdonandogli pure il fatto di andare dietro a una ragazza del posto. Lucrezia. Non volle rimanere e salutò con un cenno del capo e della mano. Avviandosi, dopo aver riempito il fiasco e la borraccia, che aveva preso dal bimbo.Li ritrovò su un ceppo che giocavano, lui completamente soggiogato dagli occhi profondi di lei, lei divertita di quel bimbo vispo con cui allenarsi a fare la mamma. La portò a casa con lui, invitandola a mangiare.

Si ricordava ancora quel giorno, quando Lucrezia venne e cercò di tirar su il morale di tutti, mentre il nonno, serio, versava due dita di rosso e pensava a quello che era successo. Ora davanti a quella tomba non poteva che sfiorare con le dita il viso di quella ragazza che lo aveva coccolato per anni. Sentì un rumore di ghiaino smosso, si girò, ritirando, con vergogna la mano da quella foto, come se temesse di esser sorpreso a fare qualcosa di sconveniente.  Si voltò e lo vide, invecchiato. Non si vedevano da anni. Ma sapeva che alla fine l’aveva sposata. Si scostò e cominciò a girare tra i marmi delle altre tombe, mentre lui, rapido, posava fiori nuovi davanti alla sua amata. Solo quando ebbe finito, tornò a portare un ultimo saluto prima di uscire.

Oltre la cancellata, Rocco lo aspettava. – Sei Stefano, vero? Annuì con il capo e si scambiarono un abbraccio, semplice come chi non si conosce ma ha molto in comune. Tirò fuori delle sigarette e ne offrì a Rocco, come già il nonno fece anni prima. Si avviarono verso la sorgente, sfidando il freddo umido che avvolgeva la valle. In silenzio.

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Juarez, storie dal confine

Croci piantate per terra. Su di ognuna un nome, quando va bene, una data, qualche fiore.  Dipinte di rosa, si stagliano sullo sfondo di un’arida città di confine. Messico, confine con gli Usa. A Ciudad Juarez non è per nulla strano, è la normalità, quella a cui non ci si assuefa mai ma che da quasi vent’anni, purtroppo, accompagna  una città dove le donne sono state uccise, violentate, massacrate, fatte sparire. Facendo salire la conta delle vittime a numeri vertiginosi, migliaia, che si assommano ai dati spaventosi che hanno fatto della città e del Messico intero un campo di battaglia. Dati questi ultimi che raccontano di un paese in guerra da quasi un lustro in una lotta, non dichiarata ufficialmente, tra i narcotrafficanti, gli zar della droga da un lato e l’esercito federale dall’altro. Anche se tuttavia la situazione non è assolutamente così manichea: buoni contro cattivi, bianco contro nero, non è una dicotomia utile a far capire cosa sta succedendo nella federazione messicana. I troppi fattori in gioco, la corruzione della polizia e dell’esercito ad esempio, impediscono una visione chiara di cosa sta accadendo: rimane solo lampante come la risposta militare scelta dal presidente Calderon abbia di fatto creato una situazione di “negazione di diritti basilari” consentendo, nel paese dell’impunità generalizzata, anche alle forze federali di usare il clima di tensione come copertura o attenuante per azioni contro i diritti umani.

Stato di assedio

La settimana scorsa Josè Gil Olmos, giornalista messicano, ci raccontava come negli ultimi anni siano stati «1600  gli uomini e le donne scomparse nel nulla» affiancando questo numero a un terribile dato: + 330%, di violazione dei diritti umani denunciati. Dati enormi che devono essere inseriti nel contesto attuale: un dispiegamento potente di esercito federale per far fronte all’altrettanto preoccupante aumento della potenza dei cartelli. Per una volta, però, non sarà la violenza dei cartelli a monopolizzare la scena: da tempo infatti questa è affiancata dalle morti di persone, civili e non collegati ai narcos, dopo veri e propri abusi di potere da parte dei militari. Persone deputate a creare le basi per la loro sicurezza, tramutate in aguzzini: un clima di tensione che ha portato spesso a queste terribili derive.

A dare voce alle denunce delle associazioni per i diritti umani è stato in questi giorni un  rapporto congiunto, scritto da Prodh (Centro de Derechos Humanos Miguel Augustin Pro Juarez) e l’attivissimo Wola (Washington Office on Latin America),  volto a far luce agli abusi in rapporto allo stato d’assedio che il Messico vive da più di cinque anni ormai. L’impiego dell’esercito in Messico rientra nella “guerra” lanciata ma mai ufficialmente riconosciuta come tale che il presidente Calderon ha mosso ai cartelli dei narcos. Tra il 2005 e il 2006, anni considerati di inizio dello strapotere narcos, i morti per cause legate alla droga ammontavano a meno di duemila, da quanto l’operazione federale è cominciata abbiamo assistito a un crescere esponenziale di questo tipo di violenza: 23mila morti negli ultimi anni, più di 8mila lo scorso anno. Cifre paurose che denotano la situazione al collasso. Per uscire dall’empasse il governo ha militarizzato le strade e portato avanti riforme importanti che dovranno, nelle intenzioni, dare una svolta all’impunità che regna in Messico: la riforma della polizia e quella della giustizia.

Tuttavia i dubbi che il rapporto “Abused and Afraid in Ciudad Juarez” sottolinea sono riguardanti proprio queste riforme: riusciranno questi necessari cambiamenti a non pesare ulteriormente sui diritti umani dei messicani? Dal 2008, racconta il rapporto, è possibile il cosiddetto “arraigo” un arresto preventivo di 40 giorni per sospettati di collegamenti coi narcos, possibilmente esteso a 80 per guadagnare prove anche con impiego di tortura, o, in genere, con l’uso della forza.  Non stupisce dunque il numero di denunce ricevuto dalla Commissione nazionale per i diritti umani (CNDH) ai danni del dipartimento della Difesa. Il 1000% in più nei primi tre anni di presidenza Calderon, passando dai 182 casi del 2006, ai 1791 del 2009. E lo stesso dipartimento nel 2010, in giugno, ha ammesso di aver ricevuto circa 4mila denunce per abusi di diritti umani: torture, detenzioni arbitrarie, perquisizioni, abusi sessuali, sparizioni ed esecuzioni arbitrarie. Crimini a cui spesso si accompagna l’impunità: infatti nella maggior parte dei casi l’esercito viene giudicato da un tribunale militare rispetto a uno civile, sebbene l’articolo 13 della Costituzione messicana imponga che cadano nella giurisdizione civile crimini commessi contro i civili da parte dei militari. Un problema, che avvantaggia gli aguzzini e che la riforma giuridica dovrebbe, ci auguriamo, sorpassare.

La paura nei loro occhi

Ciudad Juarez può al momento raccontare cosa significa vivere la militarizzazione del territorio e la ricerca esasperata dei narcos, al costo di trovarli anche quando non ci sono, abusando del potere, in nome di una lotta senza quartiere. Lo sa bene Roberto, che ha denunciato al Centro de Pastoral Obrera della diocesi di Juarez la sua terribile esperienza. Fermato a un checkpoint militare mentre si recava al lavoro, tirato fuori dall’auto perquisito, accusato di essere collegato ai narcos dopo che un pacchetto di droga, inserito artatamente nella sua vettura, era stato ritrovato. E poi il calvario, bendato, legato ai polsi, in un posto dove si alternavano interrogatori, urli dalle stanze vicine e vessazioni fisiche, fino al rilascio. Tre giorni dopo con una postilla agghiacciante: «Se qualcuno ti chiede cosa è successo, racconta che sei stato rapito. Ricorda che sappiamo dove vive la tua famiglia». Frasi che dopo una prima denuncia hanno impedito a Roberto di andare oltre, per paura di una ritorsione sulla sua famiglia. Un caso significativo che affianca altri abomini denunciati a varie associazioni, come la Casa Amiga e il Centro de Derechos Humanos de las Mujeres, più specificatamente deputati a raccogliere denunce di abusi anche sessuali sulle donne. Racconti agghiaccianti in cui l’impunità dei militari si evince dal modo sfrontato in cui, tra una risata e l’altra, abusano delle donne fermate per l’ennesimo checkpoint di controllo. Storie che si moltiplicano e rappresentano l’ennesima sfaccettatura in una guerra difficile da capire e alla cui risoluzione non sarà per niente utile un attacco ai diritti umani e a chi li difende.

 

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