Untitled #4

 

 

- Vieni, nini!-

Il bimbo sculettò saltellando dentro le braghette di fustagno e si avvinghiò ai pantaloni del nonno. Ne sentiva le righe, spesse, del velluto. Il nonno si inchinò e gli mise a tracolla una piccola borraccia, che tuttavia lo ingombrava in maniera imbarazzante. Ma che con fierezza il bimbo teneva sul petto, gonfiandolo tronfio per sostenere il piccolo macigno che gli era stato concesso. Mise la manina in quella più grande. Lo vedeva, imbrunito dal sole, con le braccia magre, gli avambracci esili, e quelle mani, così grosse, e vissute. Il nonno lo strinse a sè, quel tanto che non gli facesse male ma riuscisse a permettergli il controllo di quel monello. Tutto frenesia e movimento. Nella mano sinistra il fiasco di vetro. Si avvicinarono alla salitella che conduceva alla sorgente.  Il nonno dava il passo tra quei ciotoli sminuzzati e quell’erba anarchica che affiora senza criterio mentre la strada si arrampicava fino alla fonte. Il bimbo si era improvvisamente chetato. Divideva i suoi attimi tra il nonno, che scrutava dal basso con un misto di curiosità e sincera ammirazione, e la borraccia che cercava di sostenere al meglio impiegando la mano libera, a mo’ di sostegno.

Ci fu però un momento, uno solo, in cui si fece distrarre. Era lì, che svolazzava. Lui l’aveva sentita chiamare “la farfalla foglia”. Da suo cugino. Un torello di quattro anni più grande. A breve sarebbe arrivato anche lui al paese. E avrebbero di nuovo tentato di acchiapparla quella furfante. Cosa non facile. Va da sè che la farfalla foglia avesse quel nome in seguito alle sue, provate, capacità di nascondersi tra il fogliame, forte delle sue ali verdi. Un mimetismo innato, impressionante e affascinante. Fece come per tirare la mano al nonno e indicò laggiù dove ormai la farfalla non era più. Bonariamente ripreso dal nonno, nella favella dei suoi avi, riprese la sua marcia. A fermarlo, anzi a fermarli, fu quella volta un qualcosa che si vedeva appena nella luce diafana del giorno. Il vecchio comprese subito. Si domandò, solo, cosa ci facessero lì i Carabinieri a quell’ora. Notò che un capannello di persone era già alla fonte . Qualunque cosa fosse in ballo, non poteva certo portarsi dietro il bimbo, anche fosse per sola curiosità. Fortunatamente vide Lucrezia che scendeva di corsa, e gli veniva incontro. Era la nipote di Lenciu e Mariuccia, aveva già 16 anni e come ogni estate veniva al paese, insieme ai genitori, da anni trasferitisi a Torino. Una ragazza a posto, l’aveva sempre vista così. Molto studiosa, al punto che ogni tanto, quando parlava italiano, Anselmo faceva fatica a starle dietro. Bontà sua la ragazza, forte di un sorriso ammiccante e di una intelligenza spiccata, scivolava sempre sul dialetto e veniva incontro al vecchio.

-Vada pure, lo prendo io Stefano- disse buttandosi subito sul piccolo, senza aver ancora ricevuto risposta. Lo strinse subito e il bimbo le diede un bacino sulla guancia, mentre Anselmo saliva gli ultimi metri per arrivare sulla spiazzo che si apriva davanti alla sorgente. Non aveva chiesto lumi a Lucrezia, il suo sguardo un po’ offuscato, non gli aveva comunque suggerito nulla di buono.

Davanti alla sorgente i Carabinieri cercavano di trarre dal laghetto che si formava davanti alla fonte un giovane, gonfio e violaceo. Era caduto in acqua di notte, forse battendo il capo. E ne era annegato. L’appuntato finito il recupero si sedette su un tronco tagliato. Anselmo gli si avvicino e dopo avergli dato una mano gli porse una sigaretta e fece per accendergliela. Tirò un’avida boccata. Era giovane, era forestiero, si chiamava Rocco. Quando parlava si sentiva, veniva dal Meridione. Anselmo lo conosceva bene. da un paio d’anni s’era trasferito in zona. Si trovava bene, ogni tanto, quando non era in servizio, parlavamo di montagne, di allevamento. Veniva dall’Aspromonte e in quello scorcio di Alpi non si sentiva completamente estraneo. Anzi, alla fine, dopo mesi anche i montanari dalla scorza più dura ne avevano apprezzato la persona. Perdonandogli pure il fatto di andare dietro a una ragazza del posto. Lucrezia. Non volle rimanere e salutò con un cenno del capo e della mano. Avviandosi, dopo aver riempito il fiasco e la borraccia, che aveva preso dal bimbo.Li ritrovò su un ceppo che giocavano, lui completamente soggiogato dagli occhi profondi di lei, lei divertita di quel bimbo vispo con cui allenarsi a fare la mamma. La portò a casa con lui, invitandola a mangiare.

Si ricordava ancora quel giorno, quando Lucrezia venne e cercò di tirar su il morale di tutti, mentre il nonno, serio, versava due dita di rosso e pensava a quello che era successo. Ora davanti a quella tomba non poteva che sfiorare con le dita il viso di quella ragazza che lo aveva coccolato per anni. Sentì un rumore di ghiaino smosso, si girò, ritirando, con vergogna la mano da quella foto, come se temesse di esser sorpreso a fare qualcosa di sconveniente.  Si voltò e lo vide, invecchiato. Non si vedevano da anni. Ma sapeva che alla fine l’aveva sposata. Si scostò e cominciò a girare tra i marmi delle altre tombe, mentre lui, rapido, posava fiori nuovi davanti alla sua amata. Solo quando ebbe finito, tornò a portare un ultimo saluto prima di uscire.

Oltre la cancellata, Rocco lo aspettava. – Sei Stefano, vero? Annuì con il capo e si scambiarono un abbraccio, semplice come chi non si conosce ma ha molto in comune. Tirò fuori delle sigarette e ne offrì a Rocco, come già il nonno fece anni prima. Si avviarono verso la sorgente, sfidando il freddo umido che avvolgeva la valle. In silenzio.

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