Minuetto all’arsenico

Era solo all’inizio. Il treno stava lentamente ripartendo dalla stazione di Gioia Tauro, mentre lui usciva dal bagno, serrando dietro di sé la porta. Ne aveva approfittato per tempo. Di lì a poco i bagni sarebbero stati inutilizzabili. Altra gente era salita nella città della Piana e le prospettive igieniche non erano tra le più rosee. Forse per questo aveva un sorriso compiaciuto sul viso, mentre gli ultimi raggi della sera filtravano dai finestrini coperti di grasso e polvere e gli penetravano nell’occhio sinistro. Era ancora estate, faceva caldo, e lui stava tornando a casa. Una sensazione unica. Il ritorno gli provocava un magone assurdo. Le budella contorte. Era felice, gli puzzava tutto di passato come quando dopo alcuni mesi ritrovava i genitori, dopo aver passato la vacanza in montagna. Si fece largo tra la selva di gambe nello scompartimento e si accasciò nel suo posto vicino al finestrino. Scrutava quella distesa che portava alla vicina Rosarno. La “Chiana” la chiamavano qui. Vedeva anche il Tirreno, brillare d’oro e di rame, negli ultimi scampoli di giorno. Appoggiò il mento sul palmo della sua mano, le dita a coprirgli il naso. Cinquant’anni prima anche sua madre, sua nonna, suo nonno, lo zio, le zie. Anche loro avevano fatto questo percorso. Su questo treno. Magari non lo stesso, sebbene il convoglio non fosse dei più nuovi. Ma la strada era quella. Alcuni di loro l’avevano percorsa per non tornare mai più. La mamma ad esempio. Come mai? Era molto piccola sì quando partì, ma per quale motivo non era più tornata in Calabria, rimaneva per lui un mistero. Impossibile che non avesse mai ripensato a quei luoghi, incantevoli per altro. Per lui la terra era molto, contava tanto. Non per un valore, lui non aveva molto, non possedeva nemmeno un appezzamento di terreno, qualcosa che potesse essere suo. Qualcosa su cui sdraiarsi guardando il cielo urlando ” è mioooo, e tu prova a togliermelo, manigoldo!”. Laterra non era solo questo. La terra era un respiro che ti richiama sempre, a volte con maggior insistenza. Non ti chiede di torna. Te lo ricorda solo. Lei ti aspetta sempre. Anche quel paesino pre-aspromontano che vigilava sulla Piana lo aveva sicuramente fatto. Ci sarebbe tornato con sua madre, l’avrebbe spinta lui a quel ritorno al passato. Anche la zia forse avrebbe convinto. Si ricordava ancora di quando qualche anno prima seduta al bar gli raccontò quelle storie assurde e interessanti. Quando quelli, gli Alvaro, vivevano insieme alla pecora, decenni prima di sbarcare coi soldi costruiti dalla loro violenze, nelle vie chic della Capitale. Anche loro, poveri e semplici figli di mezzadri avevano vissuto sulla loro pelle la mafia. Quella contadina che ben presto si sarebbe presa il mondo. Loro ce li avevano lì a due passi. Prese la bottiglia dell’acqua, un sorso avido per placare la sete.

-Mi scusi, gentilmente mi farebbe dare un’occhiata al giornale? gli chiese un anziano baffuto seduto davanti a lui. Prese il quotidiano e lo porse gentilmente al suo vicino. Era un uomo sulla sessantina. Due mustacchi importanti, ancora neri come la pece. Erano saliti insieme, a Reggio. Vestiva elegante, ma senza eccessi. Sembrava istruito, uno di città comunque. Non un paesanotto.

- Grazie, lei va a Torino? chiese.

-No, a Genova cambio.

-Allora come me, io mi fermo sotto la Lanterna- disse felice.

Scambiarono qualche battuta, poi fece per tirare fuori un libro e entrambi con un gesto d’intesa ci buttammo nella lettura. Non riusciva però a mettere a fuoco le lettere. Pensava a quella terra che aveva voluto vivere da solo, per qualche giorno. Ora che il treno entrava nel vibonese, il sole stava quasi per nascondersi.  E sarebbe iniziata, a breve, la lunga notte di viaggio.

Quando fu a Genova, cambio treno e prese il regionale. Si ricordò di quel libro. Raccontava di un tale, Rocco Caminiti. Veniva dalla Calabria anche lui. Con la valigia di cartone però, a cercare fortuna. Come la sua famiglia, tanti anni fa. Erano a Imperia quasi, quando pensò di morire. Improvvisamente fu sbalzato in avanti da una frenata. Andò a sbattere violentemente contro il sedile che aveva di fronte, attutendo il colpo con il braccio e avvinghiando lo zaino che aveva posato davanti a sé. Tornò indietro e si accasciò per terra. Vide allora che tutti nel treno erano giù. E smise solo allora di sentire i freni stridere e finalmente il treno si fermò. Aveva sangue sul capo, si era tagliato ma era lucido. Solo un graffio. Un’anziana dietro di lui pareva invece più malconcia. Le si avvicinò, insieme a una ragazza che le era accanto. La aiutò a rialzarsi e si sincerò delle sue condizioni, mentre la carrozza era uno sbraitare di urla e vociare. Decise di andare a controllare finché non vennero aperte le porte del treno e si riuscì a scendere. Il capotreno aveva avvisato di un problema. Diceva di aspettare i soccorsi, di radunare eventuali feriti. Aiutò alcuni a scendere, a prendere una boccata d’aria. Si avvicinò alla motrice, camminando di fianco ai binari. Che era successo? Forse una frana, una collisione con un’altro treno. Vide il capotreno correre in testa. Un macchinista imprecava. Lo seguì. Presagiva. Fu agghiacciante. Lo schizzo di sangue sulla vetrata anteriore lo indusse a vomitare. Vedeva anche dei capelli, spiaccicati sopra il vetro. Il corpo probabilmente era stato inghiottito dal treno e dalle rotaie. Cercò di respirare lentamente e riprendersi. Un gatto sgattaiolò di fianco a lui. Lo guardò inebetito, mentre i lumi del mattino addolcivano il blu del mare.

Questo articolo è stato pubblicato in Prosa, Ritorni. Includi tra i preferiti il permalink.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s