Tiny Tears (this band does not rock anymore & I feel so old)

A volte la sento addosso, la vecchiaia, quando mi confronto con qualcosa che ai miei tempi era cool, forte, da urlo, tozzo. Una parte di me, e che ora sente pesante il fardello degli anni. E anche oggi è successo. Canonico giro postlavorativo nei variopinti supermercati musicali del centro e tra un borbottio di stomaco e alcuni vinili sovrapprezzo, eccolo lì, l’appuntamento con il passato. Incastonato in un plastico antitaccheggio, vedo spuntare il nuovo disco dei Tindersticks. Band da me seguita da molto tempo, terribilmente amata, al punto di dedicare congiuntamente a un amico (grande Luca!) gli sforzi per analizzare un disco per un esame (Semiotica!).
Prezzo pieno, 20 euro tondi. Subito in mano, deciso. Da prendere da prendere, fisso.
-Figurati che escono per 4AD, ora! –
Ma già subodoravo la fregatura. O meglio la delusione. Quando era uscito il precedente avevo sganciato come da copione, salvo poi trovare una cosa in più a prendere polvere. Sono cambiati i furono Asphalt Ribbons. Stuart c’è ancora, con la sua dannata voce, Al Macauley no. Quanto suonava bene, quella batteria. E anche il suono è cambiato, più spoglio, meno cameristico, meno orchestrale.
Tanto forte e avvolgente allora, quanto infiacchito ora. Non brutto, ma ascoltarlo provoca sempre qualche perplessità, qualche ovvio e imbarazzante confronto col passato.
Ora che lo ascolto, i dubbi si affastellano. I venti euro in meno non pesano. Ho sempre amato comprare e spendere, specie, e nel mio caso è quasi la regola, quando l’etichetta è indipendente. Però duole un po’. Vorrei averlo qui, Stuart, e dirgli: diamine, dai, solo che ce la faresti a farne una figa come “Let’s pretend”, dai dai, coverizzami e mettimi in vinile dieci versioni di “Milky Teeth” e io ne comprerò venti copie. Però non è così. Mi toccherà ascoltarlo e riascoltarlo, cercare spunti, giustificazioni alla vecchiaia di un band che più di 15 anni fa illuminò la musica con almeno 3 stupendi dischi. E poi si sa, giustificare i gruppi che ci piacciono, a volte ci riesce in maniera così dannatamente semplice. Anche degli smorti Bad Religion per me sono divinità, come lo scorso anno due pezzi giusti in un disco medio di Bob Mould furono il la per gridare al miracolo. Quanti cavolo di pezzi con gli Husker mi ha fatto gridare al cielo mentre facevo air guitar ai tempi del liceo?
Con tutti i limiti sono sempre superiori alla “schifezza” media che gira ora spacciati per indie rock o postmodernismo sperimentale dei miei stivali.
Non mi avrete mai, venitemi a trovare tra i vagoni dismessi alla stazione ferroviaria. Vi allieterò con perle di passato, e vi parlerò di un presente, magari rugoso e nebuloso, ma dannatamente vero.

Tiny Tears sarà in sottofondo

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