Una sera, una notte

Veniva su dal Borgo, dove l’avevano lasciato. Per quegli ultimi metri non valeva la pena che l’accompagnassero. Sarebbe stato gentile nei suoi confronti, ma per lui, che sapeva che giro scomodo avrebbero dovuto fare per ritornare indietro, sarebbe stata una scortesia, che non si sentiva di regalar loro. Che già, di cuore, avevano fatto parecchi chilometri in più per riportarlo a casa. Aveva il borsello in spalla e ci teneva su la mano destra, più per equilibrio che per diffidenza, mentre le gambe macinavano su quella salita. Un falsopiano che durò pochi minuti. Dove la via vecchia tagliava la strada principale girò subito a destra. Era ripido anche lì, un vecchio vicolo che conduceva alla città alta, stretto e angusto. Rifiatò un secondo, tempo di ricaricare i polmoni e sgranchire le gambe. Ancora pochi metri e sarebbe arrivato. Vedeva già la porta. Una volta davanti strofinò con forza le scarpe sulle pietre della strada e diede due forti colpi con le nocche della mano, chiusa a pugno.

 

Arrivò lesta Renata ad aprire. Era pallida come un cencio e teneva in mano un piccolo lume. Fioco ma abbastanza prorompente in quella umida notte. L’abbracciò senza badare a bruciarsi. Ma non riuscì a proferire parola. Si tolse il cappotto e cercò, a tastoni, la poltrona. Una volta riposto guardò ancora la vecchia. La luce gli disegnava un chiaroscuro sul viso. Gli occhiali, vecchi per stile e usurati per l’uso, le rabbonivano quella faccia, così segnata non solo dagli anni, ma dalle circostanze.

-Ha detto che vuole vederti- disse la vecchia.

-Lasciami solo con lei- disse Mario.

Renata gli passò il lume e aprì la porta che era lì, a due passi, dopodichè la richiuse, lentamente. Già lo vedeva che si avvicinava a quel corpo sofferente, rischiarato da una pallida candela che rendeva ancora più solenne quell’agonia. Aveva serrato così piano il legno che già lo vedeva, inginocchiato, a tenere il lume in una mano e le dita nodose nell’altra. Non si fece pregare e richiuse tutto, andandosi a sedere. Si gettò sul divano. In attesa. Passarano almeno quaranta minuti dopodiché il ragazzo uscì, richiudendo la porta.

-Potete chiamare il curato, brava donna, io ho preso due giorni dal lavoro, non tornerò a Genova che mercoledì.

-Lo manderò a chiamare al più presto, già è passato ieri, e poi ci sarebbe da pensare a… – disse, ma fu subito interrotta.

-Non preoccupatevi, penserò a tutto io, ora esco a fare un giro alla marina- la redarguì infilandosi il cappotto e tuffandosi nella notte.

 

Uscì anche la vecchia diretta, pochi metri sopra, alla casa dell’amica Francesca, che avrebbe chiamato il prete. Lui aveva la preso la direzione opposta, attraversando lo stradone centrale e prendendo la discesa che conduce lì, al mare, a due passi dalle onde. Ne sentiva le narici pregne, la spuma, l’odore. Quasi guizzava dentro quell’aria pungente che gli solcava il viso. A lui che aveva nascosto le mani nelle tasche per non vedersele distrutte dal freddo, screpolate e tagliate da quelle lame invisibili. Appena giunto in spiaggia scostò alcuni sassi col piede, muovendo da destra a sinistra. Da sinistra a destra. Ne prese alcune in mano e si avvicinò al mare. Si chinò sulle ginocchia, gomito sinistro in avanti, pietra in mano e braccio destro all’indietro. Per caricare il lancio. Le pietre partivano e sparivano nelle onde, le potevi vagamente vedere saltare, se la luce del lampione giocava a tuo favore. Quando ebbe terminato ne prese una, piatta, lunga. Si levò scarpe e calze. Fece un risvolto ai calzoni che arrivassero sotto il ginocchio ed entrò in acqua. Bagnò la pietra. Poi uscì. Era gelato, e subito si rimproverò di non averlo fatto senza entrare in mare. Prese le scarpe, i calzini, e ritornò sui suoi passi. A piedi nudi. Per fortuna appena arrivato il curato non si era ancora visto. Ebbe modo di asciugarsi e aveva appena terminato quando bussarono alla porta.

Era don Giacomo. Lo riconobbe subito. Entrò e subito gli diede un abbraccio. Lo condusse in camera, rimanendo appollaiato sullo stipite. Quando ebbe officiato il suo compito uscì. Non era pratico di queste ritualità, ma chiamare nuovamente il curato gli era sembrata la cosa da fare.

Entro lui questa volta. Aveva cavato di tasca la pietra bagnata in acqua. Si avvicinò, la guardò, le prese una mano e la aprì. Posata la pietra, la richiuse. Uscì e si avvicino a Renata e al curato. Bisbigliando che quella doveva rimanere lì e che anche l’indomani, quando avrebbe organizzato tutto, lo avrebbe ribadito a chi di dovere. Salutarono Renata. Lui accompagnò il curato, lo rassicurò che l’indomani mattina sarebbe passato a trovarlo per organizzare il rito e la sepoltura. Scese verso il Borgo, e poi oltre verso la marina. Sulla passerella, deserta, diede le spalle alle montagne e si mise a guardare il fiume che percorreva il suo letto per confluire nel mare.

 

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